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La famiglia Pepa
     

 

Quando è partito per l’Argentina, sig. Pepa?  Ricorda il giorno?

Certo, era  il 5 maggio 1949. Ricordo anche la nave, la Vespucci.

 

Quanti anni aveva?

Ventiquattro. Ero un giovanotto.

 

Che lavoro faceva ad Ancona?

Al ritorno dalla guerra, ho fatto il manovale ed il muratore, fino a che sono stato assunto al cantiere navale della città.

 

E allora? Perché ha deciso di partire?

Per un atto di arroganza: un sindacalista della C.G.I.L. mi ha fatto licenziare, perché nella mia famiglia c’era già una persona che lavorava, mio padre. Lavorava in ferrovia, ma aveva a carico mia madre e tre figli! La C.G.I.L. era molto potente allora ad Ancona.

 

Per questo è partito?

Proprio così.

 

Non poteva cercare un altro lavoro in città?

Non ne ho voluto sapere. Mi ha colto la disperazione, ero molto sfiduciato, è stata una gran delusione. Così ho scritto a mio zio, partito nel ’21, per farmi fare la richiesta.

 

Dove viveva suo zio?

Ad Abasto, vicino La Plata.

 

E che faceva?

Aveva in affitto un orto, di cinque-sei ettari.

 

E lei, Iolanda? Quando è partita?

Nel maggio 1950. Avevo sedici anni. Sono partita con tutta la famiglia.

 

Quanti eravate?

C’erano mio padre; Maria, la seconda moglie di mio padre; Mariola, Alma e Mario, il fratellino più piccolo, di otto mesi. Stava sempre in braccio a me e sulla  nave credevano che fossi la madre, ero già alta come ora.

 

Sua madre era morta?

Sì, a ventinove anni. Io avevo allora sei anni e Mariola, mia sorella minore, quattro. Dopo sei mesi mio padre si è risposato e appena quaranta giorni dopo le nozze, è partito in guerra. C’è rimasto cinque anni.

 

Siete entrambi di Ancona. Vi conoscevate?

I. No. Ci siamo conosciuti là.

 

Come?

I. Era destino: i nostri poderi  erano confinanti, ci divideva un fosso. Ci siamo conosciuti così.

C. Bastava un fischio e io saltavo il fosso e andavo a pranzo a casa loro: suo padre cacciava lepri…eh, c’era un sacco di selvaggina al tempo in Argentina.

 

Poi vi siete sposati…

C. E abbiamo preso in affitto un nostro orto, di circa sei ettari.

 

Ma lei in Italia aveva fatto tutt’altro lavoro.

C. Ho imparato là a coltivare la terra. Chi l’aveva mai lavorata! Il lavoro mi piaceva e non mi pesava: stavo seduto sull’aratro e due cavalli lo trainavano.

 

Com’era la terra in Argentina?

C. Leggera, farinosa, color rosso. Ottima.

 

Cosa coltivavate?

C. Tutti gli ortaggi, ogni tipo di frutta e verdura.

 

Che faceva nel tempo libero?

C. Ne avevo così poco! Comunque, avevo imbarcato con me la bicicletta, una Bianchi. Così alla domenica, quand’ero ancora scapolo, andavo con mio cugino ed altri altri amici a fare un giro, poi a bere una birra in un rancho, un bar tipo western. Un giorno, mi ricordo, un gaucho mi invitò a bere con lui. Io non volevo, ma aveva un facón[1] grande così e se si offendeva, erano guai.

 

Com’erano gli argentini?

C. Beh, pensavano per il giorno stesso. I loro figli erano scalzi, nudi o quasi.

I. Lavoravano poco, bevevano e facevano figli…Non avrei mai sposato un argentino, mai. Eravamo troppo diversi da loro.

C. Talvolta ci chiamavano a noi italiani, gringos de mierda o muertos de hambre: ci vedevano sempre lavorare a testa bassa; certo, rispetto a loro eravamo ambiziosi, volevamo progredire.

 

Protestavate per questi epiteti?

C. No, no, lasciavamo correre, portavano sempre il coltello!

 

Lei, Iolanda, ha aiutato suo marito nell’orto?

I. Se l’ho aiutato? Ho lavorato dalla mattina alla sera, sempre, anche quando ero incinta, fino all’ultimo momento ho lavorato! Custodivo gli animali e le api e curavo gli ortaggi. Il pomeriggio prima della nascita di Enrique, ho fasciato novanta dozzine di piante di sedano.

 

Fasciato?

I. Sì, le ho fasciate per farle diventare bianche e tenere. Sono stata tutto il giorno china. Alla notte ho avuto le doglie e alle sette di mattina il bambino era già nato.

 

Quanti figli ha avuto?

I. Due.

 

Sono nati a casa i bambini?

I: No, all’Umberto I°, l’Ospedale Italiano di La Plata. L’ostetrica che ha assistito la seconda era nata a Cupramontana; aveva avuto anche un premio per aver fatto nascere il ventimilionesimo argentino.

 

C’erano scuole ad Abasto?

C. Sì, e proibivano agli alunni di parlare italiano. Io comunque, dopo otto giorni che ero là, leggevo il giornale in castigliano.

 

C’erano molti marchigiani nella zona?

I. Sì, venivano da tutte le province.

 

Dove lavoravano?

C. Negli orti come noi.

 

Com’era il Paese sotto l’aspetto politico? Che ricordi ne avete?

C. Perón è stato un disastro, ha rovinato l’Argentina. A noi italiani ci trattavano bene, volevano che diventassimo tutti argentini, ma solo il 3% lo diventò: non era vantaggioso diventarlo, e neppure svantaggioso. Se però facevi politica e non avevi la cittadinanza, beh, allora ti mandavano via…Ma noi italiani ci tenevamo alla larga da questo.

I. Dal ’49 al ’53 la situazione era tranquilla, Lombardi fu il primo generale a fare il colpo di stato, mi pare.

C. Frondizi fu un presidente bravo, ma ha governato così poco…

I. (rivolta a Carlo): Ti ricordi i carrarmati che son passati vicino casa nostra con i cannoni spiegati?

 

Che anno era?

C. Il ’63. C’erano rivoluzioni, una dietro l’altra, rivoluzioni e colpi di stato che si susseguivano...

I. A dieci chilometri da casa nostra i due schieramenti si sono scontrati: uno veniva dal sud, da Mar del Plata e l’altro dal nord.

 

Eravate spaventati?

C. Spaventatissimi, come tutti gli italiani. Stavamo chiusi in casa. La strada era sbarrata. Che disastro, dicevamo, siamo andati via dall’Italia dopo la guerra e abbiamo trovato qui un colpo di stato appresso ad un altro.

I. Mi son dimenticata di dire che mio cugino, Avellino Strologo, è stato anche Ministro all’agricoltura durante il secondo governo Perón; ha resistito un mese soltanto, poi si è dimesso. Era direttore generale delle Cooperative agricole.[2]

 

Perché siete tornati?

I. Per l’incidente di Carlo.

C. Sono caduto da un carro. Stavo per caricare le melanzane per andare a venderle, quando il cavallo si è mosso e così sono scivolato sull’asfalto.

I. Quell’anno era piovuto molto, ti ricordi? C’erano moltissime zanzare. Il cavallo si è mosso per il fastidio che gli davano le zanzare che se lo mangiavano vivo.

 

Si è fatto male molto?

C. Avevo quattro costole rotte, non respiravo più. Questo mi avevano detto in Argentina, poi in Italia mi hanno trovato anche una  lesione interna alla cervicale e me l’hanno saldata con tredici punti.

 

C’era l’assistenza sanitaria al tempo?

C. Non per noi che lavoravamo negli orti. Le medicine  e le cure erano totalmente  a nostro carico. Per chi lavorava in fabbrica, invece, la copertura mutualistica era pari al 50%. Per noi non era prevista neppure la previdenza, la pensione. La legge è uscita nel ’65 quando già eravamo qua.

I. Abbiamo speso un sacco di soldi anche per curare Silvia, nostra figlia, che soffriva di rachitismo. Le mancava il calcio nelle ossa e le ginocchia le facevano male. Siamo riusciti a guarirla, l’abbiamo curata bene, ne è valsa la pena.

 

Quindi avete deciso di tornare…

I. Sì, perché Carlo non poteva più fare quel lavoro.

C. Non avrei mai pensato che potesse finire così la mia avventura argentina, mai, perché ero partito per restare e sarei rimasto lì per sempre.

 

Che anno era?

I. Siamo partiti il 16 aprile 1965 con la Costa.

 

Chi avete lasciato là?

I. La mia famiglia d’origine. Non ho più rivisto i miei genitori, né i fratelli e le sorelle di cui ho tanta nostalgia. Mariola abita ora vicino Buenos Aires, mentre Alma, Mario e Armando a La Plata. Alma e Mario lavorano negli orti, mentre Armando, l’unico nato là, è ingegnere agronomo.

 

Come vi siete trovati in Italia?

I. Male, perché nessuno ci ha aiutati

C. Io ho lavorato in due ditte. La prima, l’Eccelsio, era una ditta di fisarmoniche che esportava in sessantasette nazioni ma è fallita per cattiva amministrazione; nella seconda, Ceramiche Fata, ho lavorato dieci anni ma ho ricevuto una buonuscita irrisoria di sei-sette milioni di lire.

I. Io ero giovane allora, avevo trentadue anni e volevo andare a lavorare ma i miei suoceri non  volevano…Abbiamo dovuto cominciare tutto daccapo un’altra volta.

 

(dal libro Terra promessa-il sogno argentino di Paola Cecchini- Regione Marche)
(L'intervista che segue é stata rilasciata  il 22 luglio 2003 dai Sigg. Carlo Pepa e Iolanda Strologo di Ancona)

[1] Pugnale appuntito.

[2] Vedi il capitolo “Armstrong”.




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