Nelly Eckel Pannelli de Bellmann, socia fondatrice dell’associazione marchigiana di Paraná, racconta dei nonni materni, Renato Pannelli e Anna Pennessi, entrambi di Macerata.
Renato era l’unico figlio maschio di Domenico Pannelli e Maria Carpinetti.
Il mio bisnonno era contabile e aveva inventato un metodo, in seguito premiato, per registrare la contabilità. Mio nonno, invece, si era diplomato geometra e si era sposato molto giovane con nonna Anna. I genitori non erano d’accordo con questo matrimonio e molti dissapori erano sorti tra loro, così Renato e Anna (che nel novembre 1900 avevano avuto una bambina, Lina) avevano deciso di partire per l’Argentina dove il nonno ha lavorato come disegnatore nel Ferrocarril Oeste a Bahía Blanca, poi nel Ferrocarril franco-inglés a Buenos Aires.
Lina, mia madre, si è sposata con Raúl M. Eckell. Ha avuto sei figli ed una figlia, Nelly, che sono io.
Mio nonno era piuttosto alto, magro, con i capelli castani ondulati e gli occhi scuri, intelligenti ed espressivi. Quello che più colpiva, però, erano i gesti austeri e la voce potente. Era un uomo di poche parole, si esprimeva e scriveva in spagnolo quasi perfettamente (conservo alcune lettere).
Senza mai dimenticare il suo paese d´origine, si innamorò dell’Argentina.
Di carattere forte, un leader nato, era allo stesso tempo sensibile ed altruista dinanzi alle situazioni difficili..
C´è un aneddoto che lo definisce alla perfezione: quando viveva a Bahía Blanca per ragioni di lavoro, aveva come aiutante un uomo di colore (era il 1905). Questi si ammalò di tubercolosi e il nonno lo portò in casa sua, assistendolo nei momenti più difficili fino al giorno della morte. Quando gli domandavano se avesse avuto paura di contagiarsi, faceva un gesto eloquente e se ne andava senza rispondere.
Si costruì personalmente la casa in un grande lotto di terreno. Era appassionato di giardinaggio e davanti casa aveva predisposto un giardino riservato quasi esclusivamente alle rose: in ogni aiuola aveva messo un’ insegna dipinta in bianco e rosso con inciso il nome della rosa che vi figurava. Ce n’erano molte, tra cui la famosa lady Elizabeth.
Gli abitanti del quartiere Floresta chiamavano la casa dei nonni la casa delle rose; anche le pareti centrali erano coperte da rosai a treccia con fiori gialli, bordeaux e bianchi, identici a quelli dell’arco sopra l’entrata principale. Le staccionate erano bordate di viole, mentre il terreno incolto fu destinato ad orto e agli alberi da frutta.
Fisicamente completamente diversa dal nonno Renato, la nonna Anna era piccola di statura, magra, simpatica. Mi ricordo che cantava, cantava sempre, il più delle volte il valzer di Musetta nella Bohème. A Macerata era stata educata in un collegio religioso dove aveva studiato canto. Voleva dedicarsi all’opera, ma i genitori si erano opposti. Ancora oggi ripenso che ha vissuto nell’epoca sbagliata. Il suo ideale era rappresentato da una donna impegnata in un lavoro fuori casa e realizzata professionalmente.
Mia madre mi raccontò di un grosso litigio allorché la nonna rivolse al marito la celebre frase di Dante Come sa di sale lo pane altrui, facendo riferimento al fatto che dipendeva dallo stipendio del marito. Grande lettrice, aprì un conto corrente a mia madre, allora di otto anni, presso una libreria del quartiere.
Mantenne per tutta la vita l´accento italiano e mi insegnò una poesia di Trilussa della quale ancora ricordo qualcosa.
(dal libro Terra promessa-il sogno argentino di Paola Cecchini- Regione Marche)