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"L’esame" di Marcello Fagioli

   

Alla fine della decade del ’40 l’Italia, da poco uscita dalla guerra, era in piena ricostruzione e cominciava il cosiddetto “miracolo economico”.

Io, finito il liceo, partivo per frequentare i corsi della facoltà d’agronomia, nell’università di Pisa.

Avevo con me una valigia con solo le mie cose personali e non avevo la minima idea dell’ambiente in cui mi sarei trovato a vivere e studiare.


La prima materia che, secondo il programa, dovevo frequentare era  matemática. Poi seguivano física, botanica, genetica e tutte le altre.

Il corso di matematica veniva impartito nell’edificio “La Sapienza”, al centro della città. Una costruzione monumentale, dove c’era un grande salone con un pavimento di legno, non lucidato, che rendeva l’ambiente polveroso. In fondo al salone, su una pedana, una cattedra che, mi dissero, era stata di Galileo.

Non so se sarà stato vero. Ma vera era l’atmosfera tipo:”noi siamo gli eredi di Galileo” che si viveva nell’istituto. Nessuno prestava la minima attenzione agli studentelli. Gli insegnanti erano inavvicinabili ed anche il resto del personale sembrava essere ben cosciente di quell’eredità.

Mi fu indicato di entrare in un’aula ad anfiteatro, molto grande. I banchi erano forse davvero del tempo di Galileo, tanto erano vecchi.


C’erano pochi studenti dispersi che seguivano, silenziosi, un anziano signore in cattedra, che scriveva su una grande lavagna e parlava.

Parlava si sistemi d’equazioni e determinanti e del modo di semplificare questi ultimi per poterli risolvere.

Non c’erano ancora i calcolatori.  

Io non avevo idea di cosa si trattasse.

Avevo frequentato il liceo classico. Avevo appreso che il greco, il latino e l’italiano erano le materie veramente importanti.

Ciò che ascoltavo in quell’aula serví solo a darmi un’idea di cos’è il complesso d’inferiorità. E fu tutto per quel giorno.

L’indomani andai ad ascoltare una lezione di botanica. Questa volta, pensai, sarebbe stata un’altra cosa.

Nell’aula entrò un signore anche lui anziano, piuttosto grasso che, in piedi, con gli  occhi semichiusi, cominciò a parlare, con un linguaggio molto ricercato e nuovo per me, di ontogenesi, filogenesi e cosí via.


Dico la verità che quando uscii dall’istituti di botanica ero davvero spaventato.

Possibile che con un diploma del liceo classico non fossi in grado di seguire corsi universitari? 

A dire il vero si trattava di matematica e scienze, cose non molto approfondite nel classico e che io non avevo mai curato molto.  

E presi una decisione.


Ritornai a Fabriano col primo treno, raccolsi tutti i libri del liceo che mi sembravano necessari e ritornai a Pisa.

Questa volta cominciai a studiare le cose basiche di matematica, física e scienze e, solo alla metà del corso, dopo mesi, frequentai assiduamente le lezioni universitarie.

Fu un anno straordinario e per la prima volta appresi cosa significa studiare veramente.

Venne il giorno dell’esame di matemtica.


Questo si svolgeva così: c’era una gran porta chiusa e una lunga fila d’una ventina o piú di ragazzi, tutti con il libretto universitario in mano.

Un bidello seduto a un tavolo, faceva entrare uno studente alla volta, quando ascoltava un campanello e richiudeva la porta misteriosa.

Non passavano piú di dieci minuti o un quarto d’ora e gli studenti uscivano, frequentemente con la faccia seria, e se ne andavano per una porta laterale.


Quando qualcuno chiedeva come era andata, non rispondevano o facevano un gesto scoraggiato, molto significativo.

Io ero nella fila tra i primi cinque e più di una volta mi fu chiesto di cambiare il posto con uno del fondo.

Erano quelli che non resisteva la tensione che c’era nell’aria e volevano finire subito, in qualsiasi modo.

Ma anch’io ero diventato fatalista. Se il destino mi aveva assegnato quel turno, quello avrei conservato.


Quando entrai nella stanza fatale, vidi un grande tavolo con tre uomini seduti. Quello del centro sembrava essere il presidente della commissione.

A me disse, molto gentilmente, di sedere. Poi prese un foglio di carta grande, un foglio di carta di disegno e scrisse qualcosa in alto a sinistra. Me lo porse insieme ad una matita ben appuntita, senza, dir parola.


Aveva scritto un’equazione  con esponenti, da derivare.

Sí, però non era tanto semplice. Bisognava trasformare gli esponenti, prima di poter fare la derivazione.

Io avevo studiato una espressione simile il giorno prima, ripassando la materia e, anche se con mano tremante, feci quanto mi si chiedeva silenziosamente.


Il professore, presidente della commissione, guardó il risultato ed allora cominciò a fare domande e qui cominciò il vero esame.

Solo allora intesi cosa era accaduto prima di me, con coloro che uscivano dopo pochi miuti, con la faccia seria.

L’esercizio da svolgere sul foglio di carta da disegno era solo una maniera di porre fine rapidamente all’esame.


Quando dopo qualche tempo, e a me parve un secolo, uscii, uno di quelli che stavano nella fila aspettando, mi chiese come era andata.

“Molto bene”, dissi. Infatti nel libretto universitario c’era scritto trenta. Il punteggio massimo.

Allora lui, approfittando del mio stato d’animo, mi chiese se gli prestavo le dispense sulle quali avevo studiato.

Io, felice, gli dissi  prendersi tutto ed ero tanto frastornato che non gli chiesi neppure come si chiamava.


Un anno dopo, quando non ero piú “matricola”, mentre mi trovavo nell’istituto di microbiologia, un ragazzo venne a cercarmi dicendomi che era venuto per restituirmi le dispense di matematica, che gli avevo prestato.

Io, ricordando il fatto, gli chiesi come aveva saputo il mio nome.

-“ Ho solo chiesto dove si trovava lo studente d’agronomia che aveva preso trenta in matematica”, mi rispose.


Ora quelle dispense, che la compagna della mia vita fece rilegare, tanti anni fa, in due volumi con la copertina rossa, sono ancora nella mia librería. Sono un gran bel ricordo.


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