INTERVISTA a Maria Cristina Ruffini
( Co-autrice del libro “Valijas de Cartón”/”Valigie di Cartone” – Ed. Centro Marchigiano di Pergamino – Argentina, pubblicado nel 2006)
Come è nata la pubblicazione, quando e perchè e quali associazioni di marchigiani hanno collaborato?
Il libro “Valijas de Cartón”, é nato su iniziativa del Centro Marchigiano di Pergamino(Argentina) con l’obiettivo di recuperare, attraverso la memoria orale degli emigranti marchigiani o dei loro discendenti, testimonianze e ricordi di coloro che sono venuti alla “pampa Gringa” per “fare l’America”. Il volume, scritto in spagnolo e tradotto in italiano, riunisce storie semplici di gente semplice emigrate soprattutto durante la prima metà del XX secolo dalle province di Ancona, Macerata ed Ascoli Piceno ed é uno spaccato di aneddoti riguardanti la vita dura e sacrificata che affrontarono in Argentina, pur tuttavia caratterizzata dalla gratitudine per la terra che li aveva accolti.
Vi si trovano, inoltre, le parole di giovani discendenti di marchigiani che, a causa della crisi argentina della fine del XX secolo e inizio del XXI, si sono trasferiti in Italia in cerca di lavoro: le loro conquiste, quindi, e i loro fallimenti, sempre marcati dalla nostalgia per la terra lontana.
Si tratta di un libro-testimonianza destinato a creare, nel bel mezzo della crisi argentina, uno spazio di riflessione circa le condizioni che caratterizzano la necessità di emigrare e l’impatto che ció comporta nel soggettivo e nello sviluppo sociale.
Le associazioni marchigiane in Argentina che hanno collaborato sono state quelle di La Plata e Santa Fé.
Quanti marchigiani ci sono in America Latina? In che periodi sono partiti?
E' abbastanza difficile fare l'esatta stima dei marchigiani in America Latina: i flussi migratori verso i nostri paesi si sono verificati dal 1876 sino all'inizio degli anni Cinquanta, in corrispondenza con le crisi economiche che avevano colpito la società italiana durante questi periodi e in concomitanza con le opportunità lavorative che offriva l'America del Sud. Spesso emigravano interi gruppi familiari che si separavano, stabilendosi in diverse parti del territorio per trovare terre coltivabili.
Questa diversificazione dei flussi migratori nel tempo e, insieme, la dispersione sul territorio rendono difficile fornire una stima esatta del numero di persone.
Secondo lo storico Mario Nascimbene, nel periodo 1876-1978 emigrarono dalle Marche all’America 355.000 persone e, di queste, circa 200.000 si sono stabilite in Argentina. Possiamo quindi dire che circa il 56% degli emigranti marchigiani hanno scelto l’Argentina come paese di adozione.
I paesi latinoamericani con maggior presenza di marchigiani sono l’Argentina, il Venezuela, il Brasile e l’Uruguay.
Dalla sua esperienza può dire che sentimenti provano verso la loro terra d'origine?
Mi é capitato di leggere una frase che condivido pienamente e che inoltre riflette il sentire della comunità marchigiana in America Latina: “La condizione degli Italiani d’Argentina può essere ben riassunta con questa frase: non si può sopravvivere senza mantenere vivo dentro di sé il proprio passato ed al tempo stesso senza valorizzare il proprio presente, che contiene anche il futuro”.
Sebbene la prima generazione di emigranti abbia rinunciato a trasmettere la propria lingua alla prole per favorire l’integrazione nella nuova patria e nonostante non sappiano parlare l’italiano, i giovani (la maggior parte di loro appartiene alla terza o quarta generazione di migranti) si riconoscono portatori di un nome e di una storia singolare, debitrice di un insieme di costumi e ideali che caratterizzano il patrimonio di coloro che li hanno preceduti. I giovani di oggi, tuttavia, sono diversi da quelli che li hanno preceduti e percorrono strade diverse. Non esiste una trasmissione di cultura che non soffra una perdita. La maggior parte dei giovani discendenti di marchigiani non capiscono neppure la lingua dei loro antenati. Ció nonostante, ho potuto constatare di persona che tanto i pochi individui nati nelle Marche che restano in America Latina, quanto le migliaia di discendenti di marchigiani emigrati nel XX secolo, nutrono un sentimento di orgoglio nei confronti della terra dei loro predecessori. Dobbiamo poi aggiungere che c’è stato un arricchimento perché hanno varie identità, flessibili, modulari, a volte sovrapposte, che rendono possibile la combinazione con culture diverse.
Come descriverebbe l'emigrante marchigiano?
Gli emigranti marchigiani si sono sparsi per l’America Latina in cerca di terra che consentisse loro di fare ció che sapevano: coltivarla e amarla con dedizione. Sono vissuti in modo modesto e onorato, lavorando intensamente, contribuendo allo sviluppo sociale. La maggior parte era scappata dalla miseria, dalla fame e dalla disoccupazione.
Dopo aver “perduto il Paradiso” si sono lanciati alla ricerca della “Terra Promessa” usando come strategia il rigoroso compimento del proprio dovere. Non si aspettavano altra ricompensa che il progresso raggiungibile grazie “al sudore della propria fronte”. Giungevano a sera esausti, con le spalle rotte dalla pesante giornata lavorativa, ma decisi a “fare l’America”, ovvero a costruire il “Nuovo Mondo” (non scordiamo, per esempio, che tra il 1850 e il 1940 l’Argentina ha ricevuto 5.500.000 emigranti).
L’emigrante marchigiano é stato un uomo generalmente silenzioso, determinato e laborioso. Onesto e disposto al sacrificio, nella maggior parte dei casi ha fatto parte di comunità agricole. I primi ad arrivare riuscirono ad essere proprietari della terra che coltivavano. I successivi flussi migratori hanno dovuto dedicarsi al commercio o al lavoro in fabbrica, tuttavia sempre disposti ad adattarsi attivamente alle condizioni lavorative che venivano loro imposte dai processi di strutturazione e ristrutturazione economica.
Giunti in America grazie a un processo di “migrazione a catena”, occuparono lo spazio in base a vincoli parentali e a partire dalla costruzione di legami sociali con i vicini, basati su un rigoroso sistema di doveri ed obblighi che li integrarono nella comunità che li ricevette.
In questa cornice è opportuno recuperare anche l’esperienza femminile.
Tradizionalmente, la trasmissione orale dei ricordi ha condannato all’oblio le donne.
La partecipazione della donna marchigiana emigrata la mostra come un soggetto capace di superare la propria alienazione per costituirsi come protagonista di un ruolo sociale. Pensiamo alle trasformazioni sociali e politiche latinoamericane che nel XX secolo non sono state fatte dal nulla e il ruolo della donna in queste deve intendersi come una tradizione che affonda le proprie radici in un processo storico controverso e lacerato. Molte donne emigrate, le loro figlie e le loro nipoti sono state capaci, in questa terra, di trasformare stereotipi di genere.